Seconde Generazioni

di Francesca, Gracy, Mattia, e Samira.


17 aprile 2012

All’inizio non sai bene cosa stai cercando, così come non sai cosa ti piacerebbe dire, né chi vorresti fosse il tuo spettatore ideale. E per un po’, finché riesci a dormire la notte, ti rifiuti di pensarci.

Ti interessa solo accumulare cassette su cassette, capire come fare una inquadratura, non bella ma almeno utile. Ti preoccupi di capire come fissare la telecamera per bene al cavalletto.

Poi cominciano le interviste, ascolti la storia delle persone, ti accorgi di quello di cui non vogliono parlare, noti che certe domande rimangono senza risposta. E anche se non lo noti, quando poi rivedi e riascolti quei dialoghi, ti accorgi che, per un istante, il loro sguardo e loro stessi non sono lì.

E la notte non dormi più così bene come prima.

E un po’ capisci con l’istinto, ma non ancora con la ragione, perché quella volta, quando ci hanno chiesto su che tema ci sarebbe piaciuto fare il documentario, hai alzato la mano subito quando hai sentito “seconde generazioni”.

Forse, e sottolineo forse, hai pensato che stare dietro la telecamera, era una buona scusa per non doverci stare davanti. Ancora. Per non dover essere la protagonista della tua storia, per essere, almeno una volta, confusa tra quelli che ascoltano e non dover stare, ancora, in prima fila tra quelli che hanno da raccontare.

Illusa.

G.

Giornata di montaggio, ieri.

Si approfitta della pioggia che da giorni insistentemente fa scendere coriandoli d’acqua sul carnevale dell’umanità per tuffarci nel lavoro da maniscalco.

E qui capisci che l’arte è più paziente “techné” che guizzo inventivo, che fulmine creativo.

Due computer, tre persone, un bimbo adorabile di quattro anni che disegna accanto a noi. Tutto rinchiuso in unsalotto. E via, cinque instancabili ore davanti al computer a cernire, disossare, smembrare, tagliare, cucire e sistemare il nostro Frankenstein di pixel e frame audio-video.

Francesca e Gracy si tuffano a capofitto nell’intervista a Lughi, ragazzo originario del Burchina Faso con un meraviglioso accento trentino, mentre io mi dedico – sul secondo PC – a “sgrossare” l’intervista a Duccio:ricercatore universitario di origini toscane che ci ha dato alcuni originali punti di vista sul suo concetto di “Seconda generazione”.

Intanto il piccolo Vito – tutto assorto e concentrato silenziosamente sulla propria attività (forse contagiato dall’aura creativa?) – distilla magnifici disegni su alberi, stelle e serpenti mentre guarda alla tv un cartone animato “zen”.

Ovviamente l’essere “principianti del montaggio” dilata il tempo come pasta molle. Come quando provi a fare il pane fatto in casa e nell’impasto ci metti troppa acqua.

Negli intervalli, mangiamo la pizza fatta in casa da Francesca e Vito – che l’aiuta a tagliare-mangiaredinascosto la mozzarella – chiacchieriamo, ridiamo, ci innervosiamo per la scomoda postura incriccata tipica del montatore e…. e dal nulla si fa mezzanotte.

Nell’accompagnare Gracy a casa in macchina, mentre la città sembra esser stata di colpo inghiottita nel suo solito sopore notturno, le parlo dell’ultimo film che ho visto: “Charlot”, biografia di Chaplin.

E le racconto di una frase del grande attore-vagabondo che mi è piacevolmente rimasta impressa:

“La vita è una tragedia in primo piano, una commedia in campo lungo”

M.

Febbraio 2012

In questi giorni è iniziato il montaggio delle scene iniziali del nostro documentario! La linea conduttrice delle scene e delle interviste sarà quella del “viaggio”.

Ci rimangono ancora molte interviste da fare ad esperti della materia e a persone che, per professione, sono a contatto con le “seconde generazioni” e con le problemtiche connesse a questo “status”, ma soprattutto a bambini e ragazzi delle più varie provenienze ed età.

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Un pensiero riguardo “Seconde Generazioni

  1. Giornata di montaggio, ieri.

    Si approfitta della pioggia che da giorni insistentemente fa scendere coriandoli d’acqua sul carnevale dell’umanità per tuffarci nel lavoro da maniscalco.

    E qui capisci che l’arte è più paziente “techné” che guizzo inventivo, che fulmine creativo.

    Due computer, tre persone, un bimbo adorabile di quattro anni che disegna accanto a noi. Tutto rinchiuso in un salotto. E via, cinque instancabili ore davanti al computer a cernire, disossare, smembrare, tagliare, cucire e sistemare il nostro Frankenstein di pixel e frame audio-video.

    Francesca e Gracy si tuffano a capofitto nell’intervista a Lughi, ragazzo originario del Burchina Faso con un meraviglioso accento trentino, mentre io mi dedico – sul secondo PC – a “sgrossare” l’intervista a Duccio:ricercatore universitario di origini toscane che ci ha dato alcuni originali punti di vista sul suo concetto di “Seconda generazione”.

    Intanto il piccolo Vito – tutto assorto e concentrato silenziosamente sulla propria attività (forse contagiato dall’aura creativa?) – distilla magnifici disegni su alberi, stelle e serpenti mentre guarda alla tv un cartone animato “zen”.

    Ovviamente l’essere “principianti del montaggio” dilata il tempo come pasta molle. Come quando provi a fare il pane fatto in casa e nell’impasto ci metti troppa acqua.

    Negli intervalli, mangiamo la pizza fatta in casa da Francesca e Vito – che l’aiuta a tagliare-mangiaredinascosto la mozzarella – chiacchieriamo, ridiamo, ci innervosiamo per la scomoda postura incriccata tipica del montatore e…. e dal nulla si fa mezzanotte.

    Nell’accompagnare Gracy a casa in macchina, mentre la città sembra esser stata di colpo inghiottita nel suo solito sopore notturno, le parlo dell’ultimo film che ho visto: “Charlot”, biografia di Chaplin.

    E le racconto di una frase del grande attore-vagabondo che mi è piacevolmente rimasta impressa:

    “La vita è una tragedia in primo piano, una commedia in campo lungo”

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