Attività 2012/2013

Sociocinema 12/12/2012

NELLE SITUAZIONI DI EMERGENZA

per approfondire e sapere il perche di un vuoto legislativo , riguardo i rifugiati politici , in costituzione Italiano stiamo arrivando al concetto di EMERGENZA , che come conseguenze crea i spazi grigi.

emergenza

Riflessioni di Beatrice che raccontano cosa si intende fare in Sociocinema , Socio e Cinema

sento il bisogno di ricordarvi la natura anche sociologica, oltre che sociale, di questo workshop: non si tratta solo di un corso di cinema, né (solo) di uno slancio per modificare la società. Si tratta di scoperta, di ricerca, di curiosità: non offriamo risposte, ma cerchiamo le domande giuste.
Con un metodo affine a quello della ricerca qualitativa (ad esempio etnografica), un buon lavoro è un lavoro che costantemente rivede e modifica la propria domanda di ricerca: non cerchiamo nella realtà la risposta alla domanda di ricerca che abbiamo pensato in partenza, come a scegliere in un sacchetto di M&M’s, tra tutte, quella rossa perchè ci piace tanto. Piuttosto (come ha detto una volta Soheila), mettiamo una mano sopra la pentola con l’acqua bollente, per vedere cosa ci si condensa sul palmo.
“Osservazione ed elaborazione teorica procedono di pari passo, in un’interazione continua. Il ricercatore scopre la teoria nel corso della ricerca empirica, e preferibilmente dovrebbe ignorare la preesistente letteratura sull’argomento, per non esserne condizionato. L’accento in questa tecnica viene quindi posto sui dati (si dice che “lascia parlare i dati”), piuttosto che sulle teorie, le quali derivano direttamente dall’analisi dei dati, che sono locali e contestuali.
L’approccio dovrebbe essere il più possibile libero da pre-strutturazioni teoriche.
La circolarità è una sua caratteristica: non v’è interruzione tra raccolta e analisi dei dati, con una continua riflessione sul processo di ricerca”.
Significa che l’attenzione che rivolgiamo alle parole di chi intervistiamo non deve essere orientata alla ricerca di conferme alla nostra idea iniziale: non siamo riflettori di notorietà, ma termometri, attenti alle dinamiche dei contesti in cui ci immergiamo.
Questo è valido sia all’interno che all’esterno del lavoro di gruppo: nel rapportarci coi fenomeni che osserviamo E nell’essere noi stessi, come gruppo di lavoro, un fenomeno.
Bisogna, come prima cosa, capire che non capiamo, e sapere che non sappiamo. Capire che la prima idea, e la prima domanda, non è mai la definitiva.
Per parlarne meglio vorrei ricordare “Il Taglio”, e la riflessione che ci ha condotto ad esso.
Uno studente legge un articolo di giornale e in modo quasi immediato (input → output) lo interpreta, fornendone un giudizio (solidale, contrario, favorevole, arrabbiato? Non importa). Pensa: “questa è l’idea giusta da far conoscere al mondo, questa è la MIA idea!”. Quindi scrive una sceneggiatura con dialoghi impossibili e personaggi assurdi; per realizzarla, litiga con tutti trattandoli da sottoposti, da stipendiati (“io mente, tu braccio”); e se ne esce con un corto senza neanche primi piani. Perchè?
Da cosa deriva l’assurdità del suo modo di lavorare e l’assurdità del prodotto di questo lavoro assurdo? Queste due assurdità sono collegate?
In Sociocinema crediamo di sì.
Semplicemente questo studente non ha mai conosciuto, non ha mai visto, non ha mai ascoltato, non ha mai condiviso nulla con le persone di cui avrebbe voluto parlare: ecco perchè è stato così facile per lui immaginare un presentatore onnisciente che chiama “vittima” la “vittima” e “colpevole” il “colpevole”. Questo studente dal primo minuto all’ultimo aveva già la verità in testa, non la curiosità: ecco allora che i compagni di lavoro sono manovali da dirigere verso il suo buono e perfetto messaggio. I segnali, i fenomeni e le energie attorno a lui non lo interessavano: come uno che corre guardandosi le scarpe, non riusciva a farsi penetrare dalle persone e dai contesti attorno a lui. E questo, come dicevamo, è ben visibile a tutti i livelli del suo lavoro.
Questa del Taglio è una parabola per assurdo, un pretesto per ricordarci che un buon lavoro è spugnoso e morbido, in grado di lasciarsi influenzare e dirigere dalle risposte dell’ambiente.
Parliamo di prassi, di teoria costantemente filtrata dalla pratica, in una dialettica circolare continua.
Quindi, ad esempio: perchè gli intervistati non ci hanno capito? Perchè hanno risposto con qualcos’altro alle domande che avevamo preparato? Perchè incessantemente ci rispondono “questo mi darà il permesso? Questo mi darà il permesso?”?
Faremo un buon lavoro se ci lasceremo guidare da queste e da altre disconferme.

La stessa cosa, però, per lavorare bene, dovrebbe avvenire anche a livello di troupe/gruppo lavorativo. Dobbiamo essere non rigidi, ma sensibili: sensibili come un sismografo.
Cerchiamo di sentire e capire le nostre percezioni sui processi in atto (anche su di noi) e analizziamole.

Siamo morbidi con le nostre idee, siamo morbidi l’uno con l’altro: capiamo che siamo tutti ingenui di fronte alla realtà. Nemmeno noi, vekkie generazioni di sociocinema, ne siamo esenti – tanto meno lo eravamo prima di essere mai stati “sul campo”! Invito tutti a ricordarsi della dolcezza delle ingenuità che sicuramente abbiamo pensato o proposto quando fu il nostro turno di essere “nuovi”. Se ci fermiamo a riflettere sul modo in cui Razi e Soheila si sono approcciati (e continuano ad approcciarsi, dato che ne avremo sempre) alle nostre comuni ingenuità (tu chiamali, se vuoi, pregiudizi), ricordiamo che non ci hanno mai risposto con negazioni, con “spiegoni”, con giudizi. Non ci hanno mai detto “no, cara, non è proprio come lo immagini, ma è COSI’!”; bensì ci hanno accompagnato dolcemente sul campo, standoci dietro mentre noi ne uscivamo confusi e meravigliati – aiutandoci a portare l’energia e la tenerezza dell’ingenuità nei nostri lavori, quasi a garanzia di un valore aggiunto. Ora è bello vedere che anche chi inizia ora ad andare sul campo passa attraverso questo: valorizziamolo! Anzi, ascoltiamo con loro, meravigliamoci e confondiamoci con loro.

Ricordiamoci solo che la realtà non è nostra.
Se evitiamo di cristallizzare ex ante i nostri spunti in artefatti di proprietà privata, faremo un buon lavoro.

[PS: Finito il pippone, vorrei dirvi che per me è una gioia vedervi tutti così attivi e coinvolti; così vivi.
Scusatemi per lo spiegone, ma si tratta di considerazioni che ci saranno sempre utili.]

Fabrizia:
per le domande delle interviste :
Queste sono le domande che ho trascritto, le ho messe in ordine ma non sono definitive, se manca qualcosa o l’ordine non va bene, modificate pure!
Ciao e buona giornata

PROPOSTE per le DOMANDE:
Come ti chiami?
Da dove vieni?
Da quanto sei qui?
Dove abiti ora?
Cosa facevi nel tuo paese d’origine?
Cosa fai ora? Come passi le tue giornate?
Questo quanto influenza te e gli altri?
Cosa pensi di fare dopo il 31 dicembre?
Dove andrai dopo il 31 dicembre?
Come stai vivendo questo momento?
Cosa cambieresti di questa situazione?
Il tuo futuro come lo immagini tra 5 anni?
Quali sono i tuoi desideri?
Perché hai lasciato il tuo paese?
Con che aspettative sei partito per l’Italia?
Cosa vuoi dire a chi ha deciso che dopo il 31 dicembre non avrai più questa casa?
ciao a tutti,
Federica:
io non sono riuscita sinora a partecipare al progetto, in fatti penso di conoscere ben pochi di voi, ma vi seguo da “lontano”.
vorrei solo dire, per quanto riguarda le domanda da porre nelle interviste, che penso che sia importante porre e sviscerare bene la domanda sulle aspettative dei ragazzi riguardo all’europa, al loro futuro, e sull’immagine che hanno i ragazzi del”europa e/o italia.

ho parlato la settimana scorsa con una ragazza nigeriana vittima di sfruttamento sessuale. quando partì dalla nigeria non sapeva nulla del suo destino qui, ma una cosa pensava:
che “in italia le persone avessero tutte una bella casa e un bel lavoro”. la frase mi ha colpita, chiaramente, ed è un tema che in qualche modo ritorna anche tra i rifugiati, quello delle aspettative e immagini.

lavoro come operatrice sociale con persone senza dimora e con ragazze vittime si sfruttamento della proostituzionen.
ho parlato con molti ragazzi rifugiati politici (dell’emergenza nordafrica e/o arrivati prima e/o da altri paesi del mondo) che ahimè diventano dei miei “utenti”, cioè dei senza dimora che una votla usciti dalle strutture e non riescono – per la maggior parte – a trovare lavoro;
molti mi racocntanto sulle loro credenze sull’italia/europa prima della partenza e sulla loro disillusione successiva.
secondo me è un punto importante da capire.
sia chiaro, non per dire che i rifugiati abbiano aspettative ececssive , bensì per dire che molti non sanno che in realtà vanno incontro ad un destino a volte peggiore di quello in patria (prendete con le pinze; chiaro, che se scappano per motivi di guerra, pericolo di morte ecc., almeno sono vivi; ma il problema è, che prospettive di vita hanno qui? ).
lo vedo quasi quotidianamente e non riesco a capacitarmene.
molti mi dicono che avrebbero preferito rimanere in patria; non hanno mai dormito per strada in patria, lì hanno cmq. una casa e familiari…

ora:
1)è un problema dell’incapacità del sistema itailano di offrire un vero ed adeguato programma per la protezione ed inserimento dei rifugiati politici, a differenza di altri paesi europei.
tanto che molti rifugiati mi dicono: ” perchè l ‘italia mi ha dato un PDS per asilo? se lo stato italiano sapeva di non potermi aiutare, poerchè ha accetato la mia richiesta? doveva dirmi di non potermi aiutare e famri andare in un altro paese”.
2) c’è anche un problema di un’immagine falsata, forse fantasticata, e di mancanza di conoscenze adeguate sull’italia, che necessiterebbe di un’adeguata informazione nel paese d’origine. alcuni me lo dicono, vorrebbero informare i loro amici etc. di non andare via dal loro paese perchè qui in italia non c’è futuro e se proprio vogliono andare via di non andare in italia. cosa molto comprensibile.

il libro di Stefano LIberti “A sud di Lampedusa” mi sembra sempre ottimo come studio.

per quanto riguarda il lato artistico, io vorrei capire meglio.
sociocinema intende essere
1) sociologia visuale, cioè conoscere e analizzare la società usando come ausilio il cinema (invece che interviste o altro ecc.) . lo scopo primo è quindi la conoscenza e descrizione della società, la critica sociale, la scienza.
2) un cinema rivoluzionario, che con nuove modalità estetiche e di produzione e distribuzione (come i russi degli anni 20 e 30) fanno critica sociale e promuovono il rinnovamento.

i due piani sono strettamente collegati, naturalmente, a volte si intersecano. e tuttavia sono distinti.
federica

Le nostre interviste di venerdì a casa di Ahmed sono state come una scossa di terremoto, soprattutto per un’affermazione fatta da Ahmed “forse era meglio essere imprigionati in Libia, quindi essere uccisi”. Mi sono sentita così impotente e piccola, rimasta per troppo tempo nella bolla della mia realtà con i miei problemi, pensando fossero giganti..
Io in genere accetto quello che la vita mi dà o mi toglie, più che altro perché fino ad ora chi mi ha tolto qualcosa non è una persona fisica ma il destino (o la sfiga!!), alcuni di voi già sanno che ho il diabete (DM1 una malattia cronica autoimmune) quindi la mia lotta è “contro” me stessa, mentre tutti questi rifugiati politici sanno esattamente da chi scappano e mi riesce difficile accettare il fatto di non poter fare di più per aiutarli. Come diceva Luca manca quella concretezza nel nostro aiuto, io non voglio neanche pensare alla possibilità che un ragazzo di vent’anni vada a dormire in
stazione, o che venga risucchiato dai trafficanti di droga che sfruttano la loro situazione di disagio. Tutti questi pensieri si sono scontrati con il bellissimo pomeriggio che abbiamo trascorso insieme, il tè che ci hanno offerto appena entrati dalla porta, il pranzo che hanno condiviso con noi..la loro
musica e la voglia di raccontarsi..la consapevolezza che la Libia non è poi così lontana e alcune delle loro parole, soprattutto quelle legate alla tecnologia, sono uguali all’italiano!

Oltre all’installazione è possibile fare una raccolta firme per pretendendere che l’Italia si adegui alle regole vigenti negli altri stati europei riguardo ai rifugiati politici o una raccolta fondi per dare un sostegno tangibile a tutti loro?

Inoltre ho scoperto che ad alcuni immigrati, riprendendo il discorso dell’adattamento climatico e non solo, lo choc del nuovo paese unito ad altre variabili li porta a sviluppare il diabete 1!
di Fabrizia Faes

Volevo dire un paio di cose riguardo alle interviste realizzate ieri con Francesca e Cosimo. Ho distintamente colto come i ragazzi si aspettassero da parte nostra qualcosa di pratico e diretto per risolvere la loro situazione. “Che importanza ha l’intervista per la loro causa?” ci chiedevano a telecamere spente. Io qui ho percepito i due mondi. Rifletto ora su quanto l’arte e tutte le sue espressioni siano funzionali alla determinata società e alle determinate situazioni temporali e spaziali. C’è un’evoluzione dell’arte legata alla sensibilità di una persona o di un gruppo di persone e anche alla funzione che deve assolvere per determinate persone. Voglio dire che farebbe uno di questi ragazzi se fosse un’artista? Se pensasse di fare “rivoluzione con l’arte”? Potrebbe pensare di muoversi per la sua causa con un mezzo che è quello dell’arte? Quale sarebbe la sua tecnica? Come tenterebbe lui la sovversione del suo sistema? Mi è parso di arrivare dalla luna proponendo come pratica quella connessione “raffinata” tra la sensibilizzazione di una società e un’azione risolutiva per questi ragazzi. In un’intervista, ad alcune domande come “Cosa fai durante la giornata?”, veniva risposto in altro modo, secondo un altro disegno, veniva chiesto il permesso di soggiorno e questa era la risposta alla maggior parte delle domande. Voglio dire, come spiegare a lui che nessuno gli dà il permesso di soggiorno se rilascia la video intervista? Viceversa come spiegare alla società “civile trentina” che l’arte può essere azione? Non c’è solo il problema di somministrare ai Trentini il rapporto mezzo-fine di una pratica artistica, ma anche quello di farlo capire alle persone di cui si vuole raccontare la storia. Foucault teorizza la relazione power-knowledge: in una società il controllo variabilmente esercitato su alcuni aspetti della vita delle persone che ne fanno parte produce delle anomalie. Queste anomalie sono sovversive, nel senso che si oppongono alla società in cui si trovano e creano dei nuovi linguaggi. Foucault sostiene che man mano che l’anomalia si rafforza, questa tende a istituzionalizzare il nuovo linguaggio fino a renderlo convenzionale. In quel momento quindi una nuova anomalia potrà nascere in quella società dovuta alla nuova intolleranza istituzionale. Vi è una sorta di evoluzione delle pratiche di sovversione, motivate dalla necessità, cioè molto ben contestualizzate nel tempo e nello spazio. Prendiamo il caso di un’anomalia che si eserciti attraverso una forma d’arte, che è un po’ il nostro caso. Se una società ha già conosciuto il cinema come mezzo rivoluzionario, ad esempio, e magari ne ha tratto dei benefici in termini di sensibilizzazione, allora l’artista successivo che vorrà ribellarsi non userà il cinema come è stato utilizzato fino a quel momento perché la pratica è già consolidata nelle percezioni, ma magari opterà un’evoluzione tematica, tecnica o concettuale del mezzo. Una società che non conosce il cinema, che ha altre necessità e funziona in altri termini di percezione, non è detto che possa percepire gli effetti che produce il mezzo artistico come di ribellione o risolutivi per la sua situazione.
Razi faceva notare i possibili “effetti del cambiamento climatico” su questi ragazzi libici. Ieri nella pausa tra un’intervista e l’altra chiedevo se si fossero mai incamminati verso la vetta che si staglia a ridosso di casa loro nell’umida Sarche: mi sono sentito rispondere che hanno paura del bosco e dell’altezza. Insomma considerando il corpo umano come irriducibile (cit. Foucault), come ultimo stadio, quello vero e reale in cui il controllo e quindi pure la resistenza possono trovare casa; e se ci sono specificità tali nella percezione da parte di questo corpo da dover considerare la storia e l’ambiente come variabili non indifferenti; allora vale la pena chiedersi se anche la percezione del mezzo artistico possa risultare differente. Quindi la vera questione che apro a chiunque voglia rispondere: come si può trattare con lo stesso mezzo artistico, o di altro genere, il cambiamento in due sistemi sociali differenti? Quanto sono appropriate le tecniche di rappresentazione estetica, i loro mezzi e i loro fini, per cambiare situazioni differenti?

di Luca

INSTALLAZIONE , seconda Versione:
sociocinema 2012

Si potrebbero montare gli schermi su una struttura di legno che sostenga un pannello di cartone a fare da supporto e da richiamo.
Il pannello potrebbe essere sagomato come due persone stilizzate, identiche, che si intersecano.

Al posto del volto di quella di sinistra sta un ipad che manda in loop le interviste, con una ripresa fissa in primo piano delle persone che parlano. Secondo me servirebbe un fondale unico, neutro, come suggeriva Cosimo, con le stesse condizioni di illuminazione. Ciò implicherebb che le interviste vadano fatte, se possibile, per la maggior parte domani sera alla cena. Rimangono identiche le condizioni di presa ma cambiano i volti e le storie, enfatizzando così il messaggio.

Nel volto della persona di destra comparirà chi in quel momento sta osservando l’installazione, grazie ad una webcam collegata all’ipad. L’osservatore diventa quindi parte dell’installazione e ad essa legato.

Fra i due corpi, un terzo ipad fa scorrere il tempo nel conto alla rovescia. Il tempo passa per entrambi ma con significati diversi: l’attesa di una festa per uno, il dramma della perdita della casa per l’altro. Sul cartone si potrebbero disegnare o incollare due cuori, divisi ma collegati a questo scorrere del tempo.

Volendo, ma sarebbe una complicazione in più, la sagoma di sinistra potrebbe tenere in mano un quarto ipad che mandi in loop filmati e fotografie delle persone, delle case, delle situazioni, del backstage delle interviste ecc…

La sagoma di destra potrebbe invece avere un accenno di addobbi natalizi, magari una sciarpa di festoni argentati e lucine bianche. Questo attirerebbe di più l’attenzione dalla strada e renderebbe più forte il contrasto della situazione.

La sagoma di cartone è di facile esecuzione, veloce e ci permette di avere anche un supporto su cui scrivere uno slogan, due righe di spiegazione, su cui disegnare o fare dei collage. Ho disegnato una linea di taglio fra le due persone che, pur vivendo fianco a fianco, non si sono legate. Si potrebbe mettere una data di scadenza al 31/12.

Un’altra cosa importante sarebbe di inserire un QR code ed un indirizzo web per chi volesse maggiori informazioni. Il link potrebbe rimandare ad una apposita pagina con le informazioni legali, fotografie, i video delle interviste intere… oppure più semplicemente si potrebbero caricare i video delle interviste su youtube in modo che, chi vuole, se le possa ascoltare con l’audio.

Abbiamo usato solo gli Ipad, perchè più piccoli e leggeri. Un loro utilizzo in questo modo (senza collegamenti internet, dirette, ecc) semplifica di sicuro l’installazione. Abbiamo ritenuto che il pochissimo tempo a disposizione richieda di essere veloci ed incisivi, altrimenti il rischio è di perdersi dietro a certe finezze che potrebbero vanificare tutto il lavoro.

Spero di avere centrato abbastanza l’obiettivo, attendo critiche e commenti. Per fare in modo che l’installazione sia pronta fra 2/3 settimane max penso che si debba cominciare concretamente a lavorarci già dalla settimana prossima.

INSTALLAZIONE prima Versione :
Le ore 24:00 del 31 dicembre 2012 rappresentano per la maggior parte di noi un momento di festa in cui fantasticare con fiducia e progettare i buoni propositi per l’anno nuovo. Per 200 rifugiati politici in Trentino invece il conto alla rovescia avrà un gusto amaro, quello della fine di una sicurezza, la casa, alla quale hanno avuto diritto per un determinato periodo . Questo diritto terminerà appunto con la scadenza del 2012. SocioCinema, il cui obbiettivo è quello di raccontare la realtà sociale attraverso i mezzi del cinema e in particolare del documentario, vuole dare un volto ai rifugiati e una voce alle loro storie. Riflettendo sull’importanza di dare maggior visibilità territoriale alle storie che racconta, SocioCinema si propone di accompagnare il gruppo di rifugiati verso la fine dell’anno organizzando assieme a loro momenti di incontro con la società trentina e occasioni di confronto attraverso eventi artistici nella città.
Progetto installazione “ 23:59 ”

L’idea è quella di mettere in comunicazione due realtà che normalmente hanno poche occasioni di incontro: da un lato la comunità trentina e dall’altro i rifugiati politici in regione.
Intendiamo creare il contatto attraverso la tecnologia: gli schermi colorati saranno connessi in tempo reale via Skype con alcune abitazioni del gruppo di rifugiati, mentre i volti di chi sta dall’altra parte saranno visibile su un ulteriore schermo. Sul quinto schermo passerà un conto alla rovescia verso il nuovo anno, significativo per entrambe le realtà. L’installazione avrà luogo in spazi da definire (vetrine di negozi,..) del centro storico di Trento nel mese di Dicembre. Antecedente a questo collegamento, gli schermi verranno utilizzati per proiettare immagini ricavate dai contatti che stiamo avendo con il gruppo die rifugiati.

SPAZIO:
n. 1 o più vetrine di attività commerciali nel centro storico di Trento. (considerare eventualità di non disponibilità)
n. 3 case di rifugiati

MATERIALI:
n. 3/4 tablet con connessione internet – negozio
n. 1/2 pc per conto alla rovescia e diretta webcam – fronte strada
n. 3 pc con internet e Skype – case rifugiati, selezione in base a accesso internet
n. 6 scatole/strutture o eventuali per sostegno pc e tablet
n. 1 ciabatta per alimentazione pc – negozio
volantino di presentazione a negozi
eventuali prolunghe
strumenti per riprese:telecamere e cassette

CONTATTI:
– con i rifugiati tramite accesso i associazioni
– con negozianti centro storico per disponibilità vetrina

TEMPO:
1 o più momenti in diretta Skype della durata di alcune ore. mese di Dicembre

COSTI:
eventuale chiavetta/e internet per collegamento streaming
spesa elettrica per il negozio ospite
spostamenti per raggiungere i luoghi delle interviste coi rifugiati, cassette per telecamera.
stampe volantini

N.B : i punti precedenti sono suscettibili di modifiche in itinere in base alle problematicità e nuove idee

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Ma quanto siamo sensibili? Proprio in questo periodo “in” Sociocinema ci stiamo iniziando a porre il problema dello Spazio, degli Spazi. Ora scopriamo che, proprio in questi giorni, si sta inaugurando (sempre qui a Trento) un’associazione di architetti e sociologi che si interroga specificatamente su queste tematiche!
Più persone, tra loro scollegate, percepiscono quasi contemporaneamente esigenze nuove, si pongono delle domande. SINTOMATICO.

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http://www.USTREAM.tv
Sito per streaming gratuito:
Attacchi una telecamera e sei in rete
L’abbiamo provato, funziona e anche bene!
Può essere la strada per le installazioni in programma!

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