#Donne+Islam

di Beatrice Segolini, Boris Pugghia, Cosimo Attanasio, Claudia Neri

Mercoledì 30 Maggio 2012

Sguazzare nel dubbio – A Sociocinema

Razi dice che il cinema, come la sociologia, è il lavoro di chi deve essere incerto.
Ed effettivamente il nostro documentario non sembra lasciare molto spazio alle certezze. In noi, prima di tutto, che proprio mentre abbiamo iniziato a grattare sulla superficie del nostro progetto iniziale ci siamo resi conto della necessità di scomporre i nostri presupposti per poter condurre un lavoro sufficientemente approfondito.
Ma non siamo gli unici a dubitare, a scomporci e ricomporci strada facendo. Forse uno degli aspetti più interessanti è il fatto che anche la nostra informatrice principale, il vero filo conduttore del nostro progetto, ad ogni incontro e ad ogni intervista si sta mettendo sempre più in discussione. Lasciandola libera di condurre gli incontri con gli altri personaggi femminili che le presentiamo, il suo carattere critico e forte la spinge a cogliere avidamente ogni occasione di rimettere mano in modo approfondito alle proprie convinzioni.
E come lei, ma in misura minore, anche le altre donne con cui la mettiamo a confronto scoprono nuove prospettive, affrontano aspetti latenti, comuni o divergenti, delle loro vite; e nell’analizzare i propri ruoli trovano punti di contatto.
Col progredire del nostro lavoro, dunque, la nostra protagonista sta spontaneamente mutando. A noi fa un certo effetto; è interessante ma anche un po’ spaventoso vederla scardinare e ricostruire le proprie idee. Spaventoso, in un certo senso, perché pur limitando al minimo la nostra interferenza, pur restando testimoni silenziosi di questi incontri, e pur vedendo l’entusiasmo e l’intensità con cui la nostra informatrice vive questa esperienza, ci sentiamo responsabili. Ciò nonostante iniziamo a renderci conto del fatto che, mantenendo i nostri scrupoli etici costanti, come ricercatori questo ci offra una grande opportunità: troviamo infatti che le ridefinizioni identitarie, i mutamenti di atteggiamento e dell’auto-percezione che coinvolgono gli informatori nel corso delle ricerche qualitative siano da approfondire. Forse questo aspetto, spesso considerato solo marginalmente, alla fine del nostro percorso avrà dato al nostro lavoro un’impronta decisiva.

Questo lo vedremo nel tempo; nel dubbio, per ora, ci sguazziamo.
Domenica 27 Maggio 2012
Scrupoli sì, nichilismo no – a Sociocinema

Cosa significa realizzare un documentario sulle donne musulmane?
In realtà proprio nulla, detta così.

Chi sono infatti queste “donne musulmane”? Possiamo davvero presupporre un’identità comune tra, ad esempio, un’intraprendente sociologa marocchina, una giovane laica iraniana, una studentessa afghana, una professoressa siriana? Prescindere dalle differenze storiche, politiche e culturali dei differenti paesi di provenienza, dalle biografie e dai caratteri individuali, dai background familiari? Considerarle come parti di un unico organismo, di un’unica realtà? Inoltre, cosa possiamo conoscerne, e capirne? E’ possibile afferrare e rendere con interezza la complessità anche di un solo individuo?
Riflettendo, evidentemente generalizzazioni di questo tipo sarebbero pretestuose e superficiali.
Tuttavia ciò non significa che questi scrupoli, pur necessari, debbano essere un ostacolo paralizzante al nostro sguardo.
Infatti, se pur non sarebbe corretto (né eticamente, né scientificamente) parlare di un’unica identità musulmana in questi termini, è tuttavia possibile percepirla come esistente nella gestione che queste donne fanno dei propri Sé. Ci spieghiamo: ognuna di loro si trova in un paese straniero, alla continua ricerca della propria identità; ognuna deve gestire le proprie diverse appartenenze; ognuna ha, in questo percorso, delle sfide da affrontare; ognuna delle contraddizioni da risolvere. Ognuna, insomma, si trova a doversi autorappresentare e ad essere rappresentata dagli altri come parte di una “cultura musulmana”. Quali siano e se vi siano dei caratteri realmente propri di questa definizione, come già detto, non è cosa che vogliamo né possiamo definire in modo univoco. Quanto di questa categorizzazione, ad esempio, è proprio dell’Islam in sé, piuttosto che dei diversi fattori economici, storici o sociali? Da soli non possiamo affrontare pienamente un argomento così complesso ed ambizioso. Adottare e seguire il punto di vista soggettivo degli attori sociali, ecco quanto, nel nostro piccolo, possiamo fare; un po’ come in una ricerca qualitativa. Mostrare come le nostre informatrici gestiscano le loro appartenenze e identità in risposta alle differenti situazioni e ai differenti stimoli; domandarci se e quando esse si sentano outsider, e rispetto a cosa; percepire la loro consapevolezza quando si sentono incaricate di rappresentare uno status; sensibilizzarci emicamente alle piccole contraddizioni interne che, come ogni essere umano, esse affrontano nel loro percorso.
Seguendole, facendole incontrare e dialogare tra loro, lasciandole libere di mostrare il loro modo di scegliere, di porsi, di essere, di sentirsi, di viversi: come donne, e come musulmane.

Giovedì 12 Aprile 2012
Soheila ha allungato la mano affusolata e aperta, con il palmo verso l’alto, come se stesse offrendo un pezzo di pane.
“Lei è una persona fantastica” ha iniziato a dire. Pronunciando la parola “fan-ta!-stica” come solo chi l’ha sentita parlare può immaginare. “Qui a sempre tante idee, qui pensa tante cose, qui a tanta poesia…” La mano rimaneva dolcemente protesa, ondeggiando piano in alto e in basso, come quando si soppesa una moneta.
Pioveva che iddio la mandava, come si dice.
Mais,” Dopo una pausa “Dès que c’è!” E sul “c’è!” ha chiuso la mano di scatto. “Dès que lei c’è, dès que è presente fisicamente, dès que lei è qui, tangibile!” La mano si apriva e richiudeva come se contenesse del pongo. “Si non, si non è qui, lei sparisce! Si disperde!” E, mentre ridacchiava benevola, ha fatto in sordina il gesto di chi lancia in aria una manciata di sabbia.
“E’ vero. Per farmi fare davvero qualcosa, mi occorre qualcuno” Ho detto io, mentre indicavo la fine dell’ombrello, impuntandola con un colpo secco sul tombino “qualcuno che mi tenga: così!”.

Quello era ieri. Questo è oggi: oggi il cielo è terso e, volendo impuntarsi sul tombino ed essere concreti, le interviste ai nostri informatori prendono forma. Sperando di iniziare entro questo week end a raccogliere le loro parole.
Mi sembra che il coordinamento virtuale tra noi stia migliorando, credo anche grazie a GoogleDocs. Fan-ta!-stico.

Poco fa io e Soheila siamo restate a guardare il macinino che pulisce le strade dopo il bazar, come dice lei – che poi sarebbe il mercato del giovedì. Molto cinematografico, questo macinino lento e rumoroso che ripercorre la stessa via avanti e indietro in una lunga sequenza, come un’onda sul bagnasciuga; così calmo nel pomeriggio, mentre aspira via tutte le carte, i bicchieri e i pacchetti scartati.

B.e.

03 Aprile 2012
Siamo il gruppo più scapestrato. Lo so, ci siamo fatti attendere, ma eravamo impegnati a ricercare il telos della Storia universale in un frigorifero, se per caso ne era avanzato un po’.

No, lo avevamo finito.

Ma ora rieccoci. Con le nostre idee spumose che schizzano impazzite come una lattina buca a cui si deve dare un calcio. Se ci mettiamo davvero, ora, a darci un calcio, se riusciamo concretamente a farla rotolare, dipingeremo tutti i parcheggi con una girandola di schiuma impazzita.

Vabbè, un po’ è vero, la metafora della lattina buca nel parcheggio non è un buon modo per incominciare ad essere concreti.

Whatever, è un inizio.
Beatrice.

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