Video Installazione “Emergenza Nord Africa” Manifesto & Approfondimenti

Silent enim leges inter arma (et “emergenza”)

Premessa

Oltre 22 mila persone, dalla mezzanotte del 31 dicembre 2012, rischiano di riversarsi per le strade italiane, senza un tetto, senza assistenza sanitaria, senza un qualunque modo per procurarsi sostentamento. Sono i rifugiati accolti nel nostro paese grazie allo stato di emergenza dichiarato il 12 febbraio 2011 dopo i primi sbarchi di cittadini in fuga dalla Libia e dalle conseguenze della cosiddetta “Primavera Araba”.
Allo scattare di capodanno 2013, infatti, l’emergenza predisposta dal governo italiano potrebbe finire in una colossale bolla di fumo, che avrà come unica conseguenza un prolungamento della pena per decine di migliaia di persone e un eterno procrastinarsi dello stato emergenziale che rischia di diventare ciclico e irrisoluto.

Sociocinema crede fermamente che questo sia il miglior modo per creare dei “fuggitivi erranti” frutto di uno dei più intollerabili vuoti legislativi della storia repubblicana italiana. Secondo Fiorella Rathaus, responsabile integrazione del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) “l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea senza una legge organica in materia di asilo, che riconosca dei diritti di assistenza anche a chi ha ottenuto lo status di rifugiato”. Anche Livia Cantore, delegata nazionale di ARCI per l’asilo, racconta come “i migranti siano stati inseriti in un sistema di ospitalità parallelo, senza regole, molto costoso nonostante la qualità spesso bassa”. Un sistema che, sostiene, “ha penalizzato le persone più vulnerabili, senza offrire strumenti per l’integrazione e garanzie di tutela legale”.

Nel febbraio 2011, il governo ha varato un decreto legge emergenziale “Emergenza Nord Africa” con il quale stanziava dei fondi per i rifugiati provenienti soprattutto dalla Libia in guerra e dalla Tunisia. In data 6 ottobre 2011, a pochi mesi dalla scadenza del primo decreto, il consiglio dei ministri ha firmato una sanatoria per prorogare fino al 31 dicembre 2012 lo stato di emergenza umanitaria e di ulteriori sei mesi la durata dei permessi di soggiorno per motivi umanitari. In questo periodo oltre 17.500 profughi sono stati ospitati (e lo sono tuttora) nei centri dell’emergenza. 1765 solo nel Lazio (il 50% circa nell’area metropolitana di Roma) e 1519 in Toscana.
Dall’inizio dell’Emergenza Nord Africa (ENA) sono state accolte in Trentino 223 persone. Ai primi di dicembre 2012 le persone ancora nel progetto ENA sono 161 (6 nuclei familiari con 3 neonati, 142 singoli adulti e 4 minori non accompagnati), provenienti da: Bangladesh (4), Benin (1), Burkina Faso (6), Camerun (2), Ciad (5), Congo (2), Costa D’Avorio (10), Etiopia (1), Gambia (4), Ghana (14), Guinea (1), Guinea Bissau (2), Libia (3), Mali (36), Marocco (3), Mauritania (1), Niger (8), Nigeria (21), Senegal (2), Sierra Leone (1), Siria (1), Somalia (28) e Sudan (5).
Le 161 persone sono ospitate in 39 alloggi dislocati sul territorio provinciale soprattutto a Trento e Rovereto. La Giunta provinciale di Trento ha deciso di prorogare il termine previsto del 31.12.12 in un periodo compreso fra maggio e agosto 2013.

Costi

La spesa complessiva per lo Stato Italiano per la gestione dell’Emergenza Nor Africa è stata di 1 miliardo e 300 milioni di euro per il biennio, di cui però poco meno di 500 destinati direttamente all’accoglienza e all’assistenza dei profughi. Il resto si è perso in altre voci: accordi con la Tunisia e la Libia, sostegno alle forze armate che sono intervenute e all’apparato del Ministero dell’Interno. Ciò che restava è servito a corrispondere direttamente una diaria di 40 euro per persona agli enti gestori, scelti direttamente dalla Protezione civile. Nel corso di questo periodo sono germogliate centinaia di associazioni ed enti costituiti col solo scopo di accedere ai fondi. La scelta delle associazioni beneficiarie delle diarie era di fatto affidata direttamente alla Protezione Civile e agli enti locali, senza la predisposizione di un qualsiasi bando pubblico. Sono stati registrati casi eclatanti di associazioni che intascavano buona parte del denaro e che costringevano i rifugiati a vivere in condizioni non certo dignitose (si veda l’inchiesta del settimanale l’Espresso del 18.10.12 condotta dai giornalisti Michele Sasso e Francesca Sironi). In pratica sono stati concessi 20 mila euro a testa per ogni uomo, donna o bambino approdato nel nostro Paese (fondi stanziati solo per l’accoglienza perché in molti altri casi non è stato attivato alcun processo di integrazione per queste persone). Ma i soldi non sono andati ai diretti interessati: questa pioggia di milioni ha alimentato le rogge sotterranee del malaffare, arricchendo affaristi d’ogni risma, albergatori spregiudicati, finte cooperative senza scrupoli. Per ogni profugo lo Stato sborsa fino a 46 euro al giorno, senza verificare le condizioni in cui viene ospitato: in un appartamento di 35 metri quadrati nell’estrema periferia romana ne sono stati accatastati dieci, garantendo un reddito di oltre 12 mila euro al mese all’ente gestore.

In nome dell’emergenza

L’Italia è sempre più, una Repubblica basata sul decreto legge di tipo emergenziale. Il decreto legge è uno strumento usato spasmodicamente in modo abnorme, negli ultimi anni, per esautorare il parlamento e prendere decisioni (che comportano sempre la distribuzione di fondi speciali) con scarsissima trasparenza.
Si parla di Emergenza anche quando i dati non sembrano così “allarmanti”: secondo l’associazione “Medici per i diritti umani”, i rifugiati presenti nel nostro Paese sono complessivamente 58.000, vale a dire meno di uno ogni 1000 abitanti. Per fare un paragone, basta dire che nel 2011, la Germania, primo paese europeo per numero di rifugiati accolti, ne ospitava 571.000. In Paesi come la Francia, i Paesi Bassi e il Regno Unito, invece, i rifugiati sono tra i 3 e i 4 ogni 1000 abitanti mentre in Svezia sono oltre 9 ogni 1000 abitanti.
I migranti forzati in lista d’attesa per entrare nei progetti di accoglienza dello Sprar (il Sistema di protezione italiano per richiedenti asilo), sono pochissimi: soltanto 7431. In sostanza si è creato un sistema “ad imbuto” per cui della totalità dei migranti forzati in uscita dai centri di prima accoglienza (Cara), solo una parte riesce a superare il collo stretto del sistema e ad accedere ai pochi posti disponibili nei progetti Sprar. Di conseguenza la maggior parte di loro si trova per strada, in rifugi di fortuna, senza assistenza sanitaria, in condizioni disperate. L’accoglienza italiana non funziona e il nostro Paese è ormai diventato un caso internazionale, oggetto di accuse e preoccupazione.
Ancora una volta emergenza è diventata la parola magica per scavalcare procedure e controlli. Gli enti locali hanno latitato, tutto si è svolto per trattative privata: un mercato a chi si accaparrava più profughi. E il peggio deve ancora arrivare. I fondi finiranno a gennaio: se il governo non troverà una soluzione, i rifugiati si ritroveranno in mezzo alla strada.
In Italia sono rimaste famiglie africane e asiatiche che lavoravano in Libia sotto il regime di Gheddafi. La prima ondata, composta soprattutto da giovani tunisini, ha preso la strada della Francia grazie al permesso umanitario voluto dall’allora ministro Roberto Maroni. Ma quando Parigi ha chiuso le frontiere, lo stesso Maroni ha varato una strategia federalista: ogni regione ha dovuto accogliere un numero di profughi proporzionale ai suoi abitanti. A coordinare tutto è la Protezione civile, che da Roma ha incaricato le prefetture locali o gli assessorati regionali come responsabili del piano di accoglienza. Ma, nella fretta, non ci sono state regole per stabilire chi potesse ospitare i profughi e come dovessero essere trattati. Così l’assistenza si è trasformata in un affare: bastava una sola telefonata per venire accreditati come “struttura d’accoglienza” e accaparrarsi 1.200 euro al mese per ogni persona. Una manna per centinaia di alberghi vuoti, ex agriturismi, case-vacanze disabitate, residence di periferia e colonie fatiscenti.

Capodanno amaro

Mentre noi saremo intenti a festeggiare l’arrivo del nuovo anno, 22 mila persone in fuga da guerre e persecuzioni saranno costrette ad abbandonare le loro abitazioni.
La sensazione è che le istituzioni a tutti i livelli, da quella locale fino al Ministero, non si siano ancora rese conto che la presenza di rifugiati politici e l’arrivo di richiedenti asilo non è un’emergenza, ma un fatto strutturale che durerà fino a che guerre, violenze, dittature saranno foraggiate e incoraggiate dagli stessi governi occidentali.
Possono aumentare o diminuire i flussi, a seconda di dove si verifichi un particolare fatto eccezionale, ma non cesserà certo il fenomeno in quanto tale. In più parti di Italia e a partire da Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte, associazioni, gruppi, cooperative che in questi anni hanno cercato un approccio diverso alla questione, si stanno incontrando proprio in queste settimane per provare a lanciare alcune proposte che superino la logica dell’emergenza e per fare sì che i diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra possano essere davvero ritenuti tali.

La Rete “Emilia Romagna terra d’asilo”(a cui aderiscono anche istituzioni locali) ha tenuto il 23 ottobre 2012 un incontro proprio su questi temi, mentre in Piemonte il Coordinamento “Nonsoloasilo” (che ha deciso di non partecipare alla gestione dell’”Emergenza Nord Africa” e che è composto da soli soggetti del privato sociale), ha organizzato a Torino un convegno il 10 novembre. L’obiettivo di questi incontri è stato, da un lato, di fare emergere la gravità della situazione a poche settimane dalla scadenza del 31 dicembre e dall’altro di offrire alcuni punti fermi perché la questione di rifugiati politici e richiedenti asilo possa, finalmente, superare l’eterna “fase dell’emergenza” per essere affrontata per quello che è, un fenomeno della storia del nostro tempo.
Per semplificare, o quasi, sono comunemente chiamati rifugiati politici, uomini e donne richiedenti asilo perché fuggiti o espulsi dal proprio paese a causa di discriminazioni politiche, religiose o razziali. Ma poi, per comodità, si appiccicano loro etichette del tipo “immigrati, profughi, stranieri”. Appellativi che si usano per indicare genericamente coloro che arrivano qui, in Occidente, chissà da dove. In realtà stiamo parlando di uomini e donne che mediamente hanno un tasso di istruzione elevato e che nei loro paesi erano attivi nell’ambito culturale e civico. Un patrimonio di risorse dilapidato dal nostro paese per l’assenza di leggi specifiche che regolino questo fenomeno.
22 mila esseri umani costretti e rinchiusi in tali appellativi loro malgrado. L’11 dicembre a Milano una cinquantina di loro hanno manifestato accanto alla prefettura con cartelli vistosi con su scritto: «Cosa ne sarà di noi?».
Per questo i manifestanti, insieme con alcuni volontari, hanno chiesto e ottenuto un incontro con il prefetto per chiedere tre cose:
che non si parli più di emergenza ma che si trovi un piano a lungo termine;
che vi sia un piano adeguato a garantire protezione e sicurezza ai rifugiati che ne hanno diritto;
misure di sostegno per stabilire un percorso di inserimento sociale e per uscire dall’emergenza.

L’unica cosa che è stata attuata, di fatto, è la creazione di contenitori di persone dove si dà loro da mangiare e da bere e poi basta. Il tutto senza la minima traccia di un piano per l’integrazione e l’inserimento. Siamo di fronte a un vuoto giuridico spaventoso. Senza un piano di inserimento queste persone sono destinate a perdersi e, probabilmente, a finire anche nelle mani delle criminalità organizzata.

Riassumendo

In Italia il 31.12.12
circa 22 mila rifugiati politici dovranno lasciare le loro case

a meno che, dopo tre anni di “emergenza rifugiati”, non diventino una nuova emergenza.

Come si fa a diventare una nuova emergenza?

Basta che non ci siano leggi, ma decreti legge con cui bypassare qualsiasi decisione democratica.

Senza leggi, tutto può diventare “emergenza”.
Senza leggi, i fondi per gestire l’emergenza possono essere usati con ampi margini di discrezionalità (e poca trasparenza).

L’unico fondo che hanno visto o rifugiati politici, finora, è il fondo di se stessi.
L’unica legge certa che conoscono è la legge del fuggitivo errante,
senza luogo, senza identità, senza voce

Video Installazione “Emergenza Nord Africa” – Manifesto

Alla luce di quanto sopra espresso, l’Associazione Sociocinema allestirà dal 31 dicembre 2012 al 4 gennaio 2013 presso la Bottega del Commercio equo e solidale di Mandacarù a Trento in Piazza Fiera , una video installazione che si propone l’obiettivo di attirare l’attenzione e attivare dibattito pubblico e civile su due tematiche strettamente interconnesse:

  1. Il destino dei rifugianti politici, su cui pende una duplice condanna sancita dalle mancanze dei governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012). Perché duplice condanna? In primis perché fuggono da conflitti o regimi dittatoriali direttamente o indirettamente sostenuti dagli stessi governi europei che, in secondo luogo, non hanno attuato politiche condivise ed efficaci per la loro accoglienza, inserimento e valorizzazione e per il rispetto della loro dignità. Fatto drammaticamente rilevante per l’Italia che, ad oggi, non ha ancora espresso una legge organica in materia.
  2. L’utilizzo indiscriminato dello “stato d’emergenza” per gestire problematiche in modo scarsamente democratico e trasparente, coll’ulteriore aggravante dello sperpero di risorse pubbliche.
Finalità generali

L’associazione SocioCinema si pone come scopo precipuo quello di coniugare gli strumenti del cinema digitale con la volontà di raccontare la realtà sociale, cercando di mostrare ciò che spesso resta invisibile; trasformare “le storie di margine” in una rete di narrazioni e racconti personali che riemergano dai sotterranei della realtà; scambiare l’intolleranza e l’ignoranza con l’incontro e il mutuo  aiuto. Accanto alla realizzazione, produzione e distribuzione di “documentari sociali”, attività principale di Sociocinema, a partire da quest’anno l’associazione ha sentito l’esigenza di sviluppare una forma d’arte che fosse ancora più sociale, interattiva, comunitaria. Una forma di video racconto della realtà ignorata che uscisse dalle sale cinematografiche o dagli spazi istituzionali e canonici di fruizione dei contenuti audiovisivi, per riversarsi nelle strade e diventare opera aperta al pubblico e aperta soprattutto all’interazione e allo scambio con esso. Con questo progetto espositivo, SocioCinema cerca di sperimentare e proporre una forma d’arte in chiave “sociale”, termine che si riferisce a tre aspetti peculiari della filosofia di Sociocinema:

  1. Sociale è il contenuto dell’opera;
  2. Sociale è l’opera nella sua intenzione di “fare società”;
  3. Sociale è la realizzazione dell’opera stessa, essendo frutto non di un singolo individuo, ma di un gruppo di persone, di un collettivo dinamico e aperto (nel senso di un gruppo aperto intrinsecamente aperto a nuovi apporti e scambi, in continua evoluzione e trasformazione, che pone “l’intelligenza collettiva” come base di ogni produzione).

La finalità generale di questa iniziativa, infatti, è quella di sollecitare il dibattito pubblico sulle tematiche sopra elencate, attraverso la contestuale attivazione di social network dedicati, blog, e l’incontro con altre realtà, enti e associazioni attive sul territorio trentino e nazionale nell’ambito delle problematiche espresse. L’installazione si configura, infatti, come semplice “spunto di partenza” per una mobilitazione più generale (della società civile e dei news media).
La percezione e la fruizione da parte dei passanti che osserveranno le vetrine in cui l’installazione sarà esposta, diventerà il pretesto per coinvolgerli in prima persona e pro-vocare un primo contatto con una tematica solitamente poco coperta dai news media locali e nazionali. “Pro-vocare per e-vocare”, ovvero produrre un movimento per indurre ad essere il movimento stesso.

Modalità di realizzazione dell’installazione

L’installazione si definisce come un connubio fra arte e nuove tecnologie, riprendendo in chiave contemporanea il concetto di arte intesa come téchne, come frutto artigianale del lavoro collettivo. Le diverse persone che compongono il gruppo di lavoro hanno inoltre un backgraound composito e interdisciplinare che va dalla grafica, alla produzione cinematografica, dall’ingegneria delle telecomunicazioni alla scrittura, dalla sociologia, alla giurisprudenza, dall’antropologia culturale alla psicologia sociale. Téchne dunque, anche intesa come interazione e organizzazione di tecniche e discipline diverse.
La video-installazione si compone di una struttura in metallo e cartone, realizzata e dipinta manualmente, che funge da “sarcofago” della parte tecnologica composta da due monitor, una web-cam e un pc. Nella sua impostazione grafica, questo esoscheletro visibile riproduce simbolicamente la persona umana. La “testa” è composta da un monitor sul quale verranno visualizzati due volti. Due volti che, come nella realtà, fanno parte dello stesso corpo sociale ma raramente hanno la possibilità di guardarsi negli occhi e comunicare fra loro.
Nella parte dedicata al “primo volto” verranno proiettate ciclicamente delle interviste sottotitolate realizzate da Sociocinema ad alcuni rifugiati politici attualmente residenti in Trentino (ripresi in primo piano) che racconteranno allo spettatore la loro storia e il loro punto di vista.
Nella sezione di monitor dedicata al “secondo volto” verrà proiettato, invece, tramite l’utilizzo di una web-cam nascosta, il viso della spettatore stesso che sosterà di fronte all’installazione.
Il corpo della figura umana è composto da due cuori al centro dei quali sarà installato, come una sorta di by-pass prossimo al cortocircuito, un secondo schermo sul quale verrà visualizzato un conto alla rovescia, simbolo dello scadere del piano “Emergenza Nord Africa” e dell’incombere, sui 22.000 rifugiati politici presenti in Italia, dello scellerato provvedimento di espulsione dalle proprie case.
Nella parte finale del corpo centrale saranno riportati tutti i contatti e riferimenti (sito internet, social network e QR code) attraverso i quali approfondire e partecipare alla discussione delle tematiche in questione, ed eventualmente entrare in contatto con le iniziative proposte da Sociocinema, ma soprattutto con le persone che la compongono.

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