Silent enim leges inter arma (et “emergenza”)

Premessa

Oltre 22 mila persone, dalla mezzanotte del 31 dicembre 2012, rischiano di riversarsi per le strade italiane, senza un tetto, senza assistenza sanitaria, senza un qualunque modo per procurarsi sostentamento. Sono i rifugiati accolti nel nostro paese grazie allo stato di emergenza dichiarato il 12 febbraio 2011 dopo i primi sbarchi di cittadini in fuga dalla Libia e dalle conseguenze della cosiddetta “Primavera Araba”.
Allo scattare di capodanno 2013, infatti, l’emergenza predisposta dal governo italiano potrebbe finire in una colossale bolla di fumo, che avrà come unica conseguenza un prolungamento della pena per decine di migliaia di persone e un eterno procrastinarsi dello stato emergenziale che rischia di diventare ciclico e irrisoluto.

Sociocinema crede fermamente che questo sia il miglior modo per creare dei “fuggitivi erranti” frutto di uno dei più intollerabili vuoti legislativi della storia repubblicana italiana. Secondo Fiorella Rathaus, responsabile integrazione del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) “l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea senza una legge organica in materia di asilo, che riconosca dei diritti di assistenza anche a chi ha ottenuto lo status di rifugiato”. Anche Livia Cantore, delegata nazionale di ARCI per l’asilo, racconta come “i migranti siano stati inseriti in un sistema di ospitalità parallelo, senza regole, molto costoso nonostante la qualità spesso bassa”. Un sistema che, sostiene, “ha penalizzato le persone più vulnerabili, senza offrire strumenti per l’integrazione e garanzie di tutela legale”.

Nel febbraio 2011, il governo ha varato un decreto legge emergenziale “Emergenza Nord Africa” con il quale stanziava dei fondi per i rifugiati provenienti soprattutto dalla Libia in guerra e dalla Tunisia. In data 6 ottobre 2011, a pochi mesi dalla scadenza del primo decreto, il consiglio dei ministri ha firmato una sanatoria per prorogare fino al 31 dicembre 2012 lo stato di emergenza umanitaria e di ulteriori sei mesi la durata dei permessi di soggiorno per motivi umanitari. In questo periodo oltre 17.500 profughi sono stati ospitati (e lo sono tuttora) nei centri dell’emergenza. 1765 solo nel Lazio (il 50% circa nell’area metropolitana di Roma) e 1519 in Toscana.
Dall’inizio dell’Emergenza Nord Africa (ENA) sono state accolte in Trentino 223 persone. Ai primi di dicembre 2012 le persone ancora nel progetto ENA sono 161 (6 nuclei familiari con 3 neonati, 142 singoli adulti e 4 minori non accompagnati), provenienti da: Bangladesh (4), Benin (1), Burkina Faso (6), Camerun (2), Ciad (5), Congo (2), Costa D’Avorio (10), Etiopia (1), Gambia (4), Ghana (14), Guinea (1), Guinea Bissau (2), Libia (3), Mali (36), Marocco (3), Mauritania (1), Niger (8), Nigeria (21), Senegal (2), Sierra Leone (1), Siria (1), Somalia (28) e Sudan (5).
Le 161 persone sono ospitate in 39 alloggi dislocati sul territorio provinciale soprattutto a Trento e Rovereto. La Giunta provinciale di Trento ha deciso di prorogare il termine previsto del 31.12.12 in un periodo compreso fra maggio e agosto 2013.

Costi

La spesa complessiva per lo Stato Italiano per la gestione dell’Emergenza Nor Africa è stata di 1 miliardo e 300 milioni di euro per il biennio, di cui però poco meno di 500 destinati direttamente all’accoglienza e all’assistenza dei profughi. Il resto si è perso in altre voci: accordi con la Tunisia e la Libia, sostegno alle forze armate che sono intervenute e all’apparato del Ministero dell’Interno. Ciò che restava è servito a corrispondere direttamente una diaria di 40 euro per persona agli enti gestori, scelti direttamente dalla Protezione civile. Nel corso di questo periodo sono germogliate centinaia di associazioni ed enti costituiti col solo scopo di accedere ai fondi. La scelta delle associazioni beneficiarie delle diarie era di fatto affidata direttamente alla Protezione Civile e agli enti locali, senza la predisposizione di un qualsiasi bando pubblico. Sono stati registrati casi eclatanti di associazioni che intascavano buona parte del denaro e che costringevano i rifugiati a vivere in condizioni non certo dignitose (si veda l’inchiesta del settimanale l’Espresso del 18.10.12 condotta dai giornalisti Michele Sasso e Francesca Sironi). In pratica sono stati concessi 20 mila euro a testa per ogni uomo, donna o bambino approdato nel nostro Paese (fondi stanziati solo per l’accoglienza perché in molti altri casi non è stato attivato alcun processo di integrazione per queste persone). Ma i soldi non sono andati ai diretti interessati: questa pioggia di milioni ha alimentato le rogge sotterranee del malaffare, arricchendo affaristi d’ogni risma, albergatori spregiudicati, finte cooperative senza scrupoli. Per ogni profugo lo Stato sborsa fino a 46 euro al giorno, senza verificare le condizioni in cui viene ospitato: in un appartamento di 35 metri quadrati nell’estrema periferia romana ne sono stati accatastati dieci, garantendo un reddito di oltre 12 mila euro al mese all’ente gestore.

In nome dell’emergenza

L’Italia è sempre più, una Repubblica basata sul decreto legge di tipo emergenziale. Il decreto legge è uno strumento usato spasmodicamente in modo abnorme, negli ultimi anni, per esautorare il parlamento e prendere decisioni (che comportano sempre la distribuzione di fondi speciali) con scarsissima trasparenza.
Si parla di Emergenza anche quando i dati non sembrano così “allarmanti”: secondo l’associazione “Medici per i diritti umani”, i rifugiati presenti nel nostro Paese sono complessivamente 58.000, vale a dire meno di uno ogni 1000 abitanti. Per fare un paragone, basta dire che nel 2011, la Germania, primo paese europeo per numero di rifugiati accolti, ne ospitava 571.000. In Paesi come la Francia, i Paesi Bassi e il Regno Unito, invece, i rifugiati sono tra i 3 e i 4 ogni 1000 abitanti mentre in Svezia sono oltre 9 ogni 1000 abitanti.
I migranti forzati in lista d’attesa per entrare nei progetti di accoglienza dello Sprar (il Sistema di protezione italiano per richiedenti asilo), sono pochissimi: soltanto 7431. In sostanza si è creato un sistema “ad imbuto” per cui della totalità dei migranti forzati in uscita dai centri di prima accoglienza (Cara), solo una parte riesce a superare il collo stretto del sistema e ad accedere ai pochi posti disponibili nei progetti Sprar. Di conseguenza la maggior parte di loro si trova per strada, in rifugi di fortuna, senza assistenza sanitaria, in condizioni disperate. L’accoglienza italiana non funziona e il nostro Paese è ormai diventato un caso internazionale, oggetto di accuse e preoccupazione.
Ancora una volta emergenza è diventata la parola magica per scavalcare procedure e controlli. Gli enti locali hanno latitato, tutto si è svolto per trattative privata: un mercato a chi si accaparrava più profughi. E il peggio deve ancora arrivare. I fondi finiranno a gennaio: se il governo non troverà una soluzione, i rifugiati si ritroveranno in mezzo alla strada.
In Italia sono rimaste famiglie africane e asiatiche che lavoravano in Libia sotto il regime di Gheddafi. La prima ondata, composta soprattutto da giovani tunisini, ha preso la strada della Francia grazie al permesso umanitario voluto dall’allora ministro Roberto Maroni. Ma quando Parigi ha chiuso le frontiere, lo stesso Maroni ha varato una strategia federalista: ogni regione ha dovuto accogliere un numero di profughi proporzionale ai suoi abitanti. A coordinare tutto è la Protezione civile, che da Roma ha incaricato le prefetture locali o gli assessorati regionali come responsabili del piano di accoglienza. Ma, nella fretta, non ci sono state regole per stabilire chi potesse ospitare i profughi e come dovessero essere trattati. Così l’assistenza si è trasformata in un affare: bastava una sola telefonata per venire accreditati come “struttura d’accoglienza” e accaparrarsi 1.200 euro al mese per ogni persona. Una manna per centinaia di alberghi vuoti, ex agriturismi, case-vacanze disabitate, residence di periferia e colonie fatiscenti.

Capodanno amaro

Mentre noi saremo intenti a festeggiare l’arrivo del nuovo anno, 22 mila persone in fuga da guerre e persecuzioni saranno costrette ad abbandonare le loro abitazioni.
La sensazione è che le istituzioni a tutti i livelli, da quella locale fino al Ministero, non si siano ancora rese conto che la presenza di rifugiati politici e l’arrivo di richiedenti asilo non è un’emergenza, ma un fatto strutturale che durerà fino a che guerre, violenze, dittature saranno foraggiate e incoraggiate dagli stessi governi occidentali.
Possono aumentare o diminuire i flussi, a seconda di dove si verifichi un particolare fatto eccezionale, ma non cesserà certo il fenomeno in quanto tale. In più parti di Italia e a partire da Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte, associazioni, gruppi, cooperative che in questi anni hanno cercato un approccio diverso alla questione, si stanno incontrando proprio in queste settimane per provare a lanciare alcune proposte che superino la logica dell’emergenza e per fare sì che i diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra possano essere davvero ritenuti tali.

La Rete “Emilia Romagna terra d’asilo”(a cui aderiscono anche istituzioni locali) ha tenuto il 23 ottobre 2012 un incontro proprio su questi temi, mentre in Piemonte il Coordinamento “Nonsoloasilo” (che ha deciso di non partecipare alla gestione dell’”Emergenza Nord Africa” e che è composto da soli soggetti del privato sociale), ha organizzato a Torino un convegno il 10 novembre. L’obiettivo di questi incontri è stato, da un lato, di fare emergere la gravità della situazione a poche settimane dalla scadenza del 31 dicembre e dall’altro di offrire alcuni punti fermi perché la questione di rifugiati politici e richiedenti asilo possa, finalmente, superare l’eterna “fase dell’emergenza” per essere affrontata per quello che è, un fenomeno della storia del nostro tempo.
Per semplificare, o quasi, sono comunemente chiamati rifugiati politici, uomini e donne richiedenti asilo perché fuggiti o espulsi dal proprio paese a causa di discriminazioni politiche, religiose o razziali. Ma poi, per comodità, si appiccicano loro etichette del tipo “immigrati, profughi, stranieri”. Appellativi che si usano per indicare genericamente coloro che arrivano qui, in Occidente, chissà da dove. In realtà stiamo parlando di uomini e donne che mediamente hanno un tasso di istruzione elevato e che nei loro paesi erano attivi nell’ambito culturale e civico. Un patrimonio di risorse dilapidato dal nostro paese per l’assenza di leggi specifiche che regolino questo fenomeno.
22 mila esseri umani costretti e rinchiusi in tali appellativi loro malgrado. L’11 dicembre a Milano una cinquantina di loro hanno manifestato accanto alla prefettura con cartelli vistosi con su scritto: «Cosa ne sarà di noi?».
Per questo i manifestanti, insieme con alcuni volontari, hanno chiesto e ottenuto un incontro con il prefetto per chiedere tre cose:
che non si parli più di emergenza ma che si trovi un piano a lungo termine;
che vi sia un piano adeguato a garantire protezione e sicurezza ai rifugiati che ne hanno diritto;
misure di sostegno per stabilire un percorso di inserimento sociale e per uscire dall’emergenza.

L’unica cosa che è stata attuata, di fatto, è la creazione di contenitori di persone dove si dà loro da mangiare e da bere e poi basta. Il tutto senza la minima traccia di un piano per l’integrazione e l’inserimento. Siamo di fronte a un vuoto giuridico spaventoso. Senza un piano di inserimento queste persone sono destinate a perdersi e, probabilmente, a finire anche nelle mani delle criminalità organizzata.

Riassumendo

In Italia il 31.12.12
circa 22 mila rifugiati politici dovranno lasciare le loro case

a meno che, dopo tre anni di “emergenza rifugiati”, non diventino una nuova emergenza.

Come si fa a diventare una nuova emergenza?

Basta che non ci siano leggi, ma decreti legge con cui bypassare qualsiasi decisione democratica.

Senza leggi, tutto può diventare “emergenza”.
Senza leggi, i fondi per gestire l’emergenza possono essere usati con ampi margini di discrezionalità (e poca trasparenza).

L’unico fondo che hanno visto o rifugiati politici, finora, è il fondo di se stessi.
L’unica legge certa che conoscono è la legge del fuggitivo errante,
senza luogo, senza identità, senza voce

Video Installazione “Emergenza Nord Africa” – Manifesto

Alla luce di quanto sopra espresso, l’Associazione Sociocinema allestirà dal 31 dicembre 2012 al 4 gennaio 2013 presso la Bottega del Commercio equo e solidale di Mandacarù a Trento in Piazza Fiera , una video installazione che si propone l’obiettivo di attirare l’attenzione e attivare dibattito pubblico e civile su due tematiche strettamente interconnesse:

  1. Il destino dei rifugianti politici, su cui pende una duplice condanna sancita dalle mancanze dei governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012). Perché duplice condanna? In primis perché fuggono da conflitti o regimi dittatoriali direttamente o indirettamente sostenuti dagli stessi governi europei che, in secondo luogo, non hanno attuato politiche condivise ed efficaci per la loro accoglienza, inserimento e valorizzazione e per il rispetto della loro dignità. Fatto drammaticamente rilevante per l’Italia che, ad oggi, non ha ancora espresso una legge organica in materia.
  2. L’utilizzo indiscriminato dello “stato d’emergenza” per gestire problematiche in modo scarsamente democratico e trasparente, coll’ulteriore aggravante dello sperpero di risorse pubbliche.
Finalità generali

L’associazione SocioCinema si pone come scopo precipuo quello di coniugare gli strumenti del cinema digitale con la volontà di raccontare la realtà sociale, cercando di mostrare ciò che spesso resta invisibile; trasformare “le storie di margine” in una rete di narrazioni e racconti personali che riemergano dai sotterranei della realtà; scambiare l’intolleranza e l’ignoranza con l’incontro e il mutuo  aiuto. Accanto alla realizzazione, produzione e distribuzione di “documentari sociali”, attività principale di Sociocinema, a partire da quest’anno l’associazione ha sentito l’esigenza di sviluppare una forma d’arte che fosse ancora più sociale, interattiva, comunitaria. Una forma di video racconto della realtà ignorata che uscisse dalle sale cinematografiche o dagli spazi istituzionali e canonici di fruizione dei contenuti audiovisivi, per riversarsi nelle strade e diventare opera aperta al pubblico e aperta soprattutto all’interazione e allo scambio con esso. Con questo progetto espositivo, SocioCinema cerca di sperimentare e proporre una forma d’arte in chiave “sociale”, termine che si riferisce a tre aspetti peculiari della filosofia di Sociocinema:

  1. Sociale è il contenuto dell’opera;
  2. Sociale è l’opera nella sua intenzione di “fare società”;
  3. Sociale è la realizzazione dell’opera stessa, essendo frutto non di un singolo individuo, ma di un gruppo di persone, di un collettivo dinamico e aperto (nel senso di un gruppo aperto intrinsecamente aperto a nuovi apporti e scambi, in continua evoluzione e trasformazione, che pone “l’intelligenza collettiva” come base di ogni produzione).

La finalità generale di questa iniziativa, infatti, è quella di sollecitare il dibattito pubblico sulle tematiche sopra elencate, attraverso la contestuale attivazione di social network dedicati, blog, e l’incontro con altre realtà, enti e associazioni attive sul territorio trentino e nazionale nell’ambito delle problematiche espresse. L’installazione si configura, infatti, come semplice “spunto di partenza” per una mobilitazione più generale (della società civile e dei news media).
La percezione e la fruizione da parte dei passanti che osserveranno le vetrine in cui l’installazione sarà esposta, diventerà il pretesto per coinvolgerli in prima persona e pro-vocare un primo contatto con una tematica solitamente poco coperta dai news media locali e nazionali. “Pro-vocare per e-vocare”, ovvero produrre un movimento per indurre ad essere il movimento stesso.

Modalità di realizzazione dell’installazione

L’installazione si definisce come un connubio fra arte e nuove tecnologie, riprendendo in chiave contemporanea il concetto di arte intesa come téchne, come frutto artigianale del lavoro collettivo. Le diverse persone che compongono il gruppo di lavoro hanno inoltre un backgraound composito e interdisciplinare che va dalla grafica, alla produzione cinematografica, dall’ingegneria delle telecomunicazioni alla scrittura, dalla sociologia, alla giurisprudenza, dall’antropologia culturale alla psicologia sociale. Téchne dunque, anche intesa come interazione e organizzazione di tecniche e discipline diverse.
La video-installazione si compone di una struttura in metallo e cartone, realizzata e dipinta manualmente, che funge da “sarcofago” della parte tecnologica composta da due monitor, una web-cam e un pc. Nella sua impostazione grafica, questo esoscheletro visibile riproduce simbolicamente la persona umana. La “testa” è composta da un monitor sul quale verranno visualizzati due volti. Due volti che, come nella realtà, fanno parte dello stesso corpo sociale ma raramente hanno la possibilità di guardarsi negli occhi e comunicare fra loro.
Nella parte dedicata al “primo volto” verranno proiettate ciclicamente delle interviste sottotitolate realizzate da Sociocinema ad alcuni rifugiati politici attualmente residenti in Trentino (ripresi in primo piano) che racconteranno allo spettatore la loro storia e il loro punto di vista.
Nella sezione di monitor dedicata al “secondo volto” verrà proiettato, invece, tramite l’utilizzo di una web-cam nascosta, il viso della spettatore stesso che sosterà di fronte all’installazione.
Il corpo della figura umana è composto da due cuori al centro dei quali sarà installato, come una sorta di by-pass prossimo al cortocircuito, un secondo schermo sul quale verrà visualizzato un conto alla rovescia, simbolo dello scadere del piano “Emergenza Nord Africa” e dell’incombere, sui 22.000 rifugiati politici presenti in Italia, dello scellerato provvedimento di espulsione dalle proprie case.
Nella parte finale del corpo centrale saranno riportati tutti i contatti e riferimenti (sito internet, social network e QR code) attraverso i quali approfondire e partecipare alla discussione delle tematiche in questione, ed eventualmente entrare in contatto con le iniziative proposte da Sociocinema, ma soprattutto con le persone che la compongono.

SocioCinema: si riparte!

Pubblicato: ottobre 17, 2012 in Uncategorized

Serata di proiezione dei film realizzati nel 2011/2012 + inizio campagna 2012/2013

Mercoledì 17 Ottobre 2012
H. 18.30 – Aula 20 – Facoltà di Sociologia

(Occhio alle locandine: contengono grandi citazioni!)

Prima trovare, poi cercare

Pubblicato: luglio 25, 2012 in Uncategorized

Vittorio Iervese per “Lo Squaderno” N°12 – Giugno 2009
http://www.losquaderno.net

UNO. In Concrete Island, un romanzo del 1974, J.G. Ballard racconta di Robert Maitland, “un borghese come tanti, con una moglie, un figlio, un’amante e una magnifica Jaguar, non necessariamente in ordine di valore” che in seguito ad un banalissimo incidente stradale si trova a scoprire una comunità sorta e cresciuta all’ombra dei piloni dell’autostrada. Maitland si trasforma così in una specie di esploratore di un mondo sempre esistito ma mai osservato.
Per capire il rapporto che lega il documentario alla ricerca sociale bisogna mettersi nelle condizioni descritte da Ballard. Nel senso che è necessario alzarsi dalla propria postazione di lavoro e uscire a fare un giro nel mondo, nella speranza che capiti qualcosa d’inatteso che ci apra alla conoscenza. Potrebbe apparire una cosa scontata, ma non sono poi tanti quelli che lo fanno. In questo senso, il documentario ha con la ricerca sociale un primo, fondamentale elemento di comunanza: la referenza con il dato empirico, che si manifesta nella sua unicità prima ancora di esprimere la sua significatività. Attraverso il documentario non è possibile dire “automobile” o dire “operaio” senza mostrare una determinata automobile o un determinato operaio in un particolare momento, in un uno specifico contesto, ecc. Non si possono filmare il capitalismo o l’etica protestante, ma soltanto le persone e le cose che, a nostro avviso, esemplificano, personificano e simboleggiano queste idee e pratiche. È questo, in modo brutalmente semplificato, ciò che Pasolini (1972) sosteneva quando parlava della complessità, della polivalenza e dell’ambiguità del linguaggio cinematografico. E da questo lo stesso Pasolini concludeva che il cinema, diversamente dal linguaggio scritto e parlato può servire sia al discorso estetico che a quello scientifico. Chi fa documentari e chi fa ricerca empirica è quindi costretto a confrontarsi, mescolarsi, contraddirsi nel tentativo di inoltrarsi in una qualsiasi realtà. Una ricerca, così come un documentario, corrisponde sempre ad uno sconfinamento. Se non è così, semplicemente non è.
Concrete Island, si diceva. Tralasciando dettagli significativi come la Jaguar e l’amante, Robert Maitland potrebbe essere ognuno di noi, con uno sguardo: “abituato a guardare soltanto ciò che cerca”, come sostiene causticamente Ballard. Questa espressione ci riporta in una battuta l’intera lezione del costruttivismo radicale (Von Foerster 1984, Von Glasersfeld 1988): la nostra osservazione costruisce il mondo e i suoi significati attraverso una continua opera di selezione di qualcosa dal suo sfondo. “La forma è quando il fondo risale in superficie” diceva Victor Hugo ed è così che il nostro sguardo dà forma al mondo, distinguendo qualcosa da qualcos’altro. Da questa prospettiva, perde di interesse l’opposizione tra soggettività e oggettività o tra realtà e finzione che ha spesso impegnato tanto coloro che si occupano di cinema (e di immagini in generale) quanto quelli che sono impegnati nel fare ricerca sociale. Fino a qualche anno fa, infatti, si tendeva a reclamare dal documentario un approccio “scientifico”. Si riteneva da molte parti che il documentario, per raggiungere quel grado minimo di oggettività che lo rendesse attendibile, dovesse spogliarsi della soggettività e abbandonare ogni “seduzione formale”, come si diceva allora (Frosoli 2002). Così come Kierkegaard aveva teorizzato il famoso aut aut tra estetica ed etica, così nel campo degli studiosi si presupponeva un aut aut fra qualità estetica e qualità scientifica. In realtà, la macchina da presa, erroneamente feticizzata come mezzo di riproduzione neutrale (qui sta l’equivoco dell’oggettività) è invece in tutto e per tutto un mezzo di produzione. Essa (ri)produce squarci di reale soltanto se viene problematizzata e le si chiede di rispondere a delle questioni (ib.). Pertanto, alla vocazione constativa e accertativa del documentario se ne aggiunge quasi sempre una seconda, di natura chiaramente interpretativa (Basso 2002). Il discorso sul rapporto tra documentario e ricerca sociale si sposta allora su un piano metodologico, ovvero sulle forme e gli ordini dell’osservazione.

DUE. È il 1966 quando l’ingegnere e tecnico del suono francese Pierre Schaeffer nel Traité des objets musicaux definisce per la prima volta la musique concrète, una musica “costituita da elementi preesistenti, presi in prestito da un qualsiasi materiale sonoro, sia rumore o musica tradizionale. Questi elementi sono poi composti in modo sperimentale mediante una costruzione diretta che tende a realizzare una volontà di composizione senza l’aiuto, divenuto impossibile, di una notazione musicale tradizionale”. Schaeffer sosteneva così di non fare musica, ma documentazioni sonore costruite secondo la regola aurea: “Prima trovare, Poi cercare”. Si tratta di una provocazione metodologica di grande importanza tanto per la musica e l’arte in generale, quanto per la scienza contemporanea. Schaeffer si muove infatti come un ricercatore o un documentarista che raccoglie materiali non secondo una partitura o un ordine imposto da una tesi da dimostrare. Si tratta allora di farsi guidare dal caso, dall’intuito o semplicemente di procedere alla cieca? Niente di tutto ciò. La fenomenologia dell’udibile di Schaeffer si articola sull’intenzionalità percettiva del sentire, sulla definizione fenomenologica dell’essenza del suono, sulle modalità di organizzazione dei suoni. In altri termini, sulle forme e gli ordini della costruzione del suono che necessitano di essere consapevoli delle selezioni che si compiono e di quelle che rimangono sullo sfondo. Senza entrare nel merito del complesso dibattito che stimolò questa proposta (Lévi-Strauss, Adorno) mi preme qui sottolineare come sia nuovamente il problema del trattamento della realtà, piuttosto che della restituzione del reale a motivare la svolta elettronica e quella concreta in particolare.
Una svolta che non si esaurisce nella musica ma le cui conseguenze possono essere facilmente rintracciate in tanti fenomeni contemporanei. Lo stesso Schaeffer estese le sue ricerche all’ambito audio-visuale fondando il CICV, un centro internazionale per la ricerca e la creazione nel settore delle nuove tecnologie applicate all’immagine, al suono e alla comunicazione. La lezione più importante del CICV è stata quella di affermare il valore intrinseco della realtà (sonora e visuale) che assume senso soltanto nel processo di denaturizzazione e ricontestualizzazione degli “oggetti” tratti dal reale. Parafrasando la famosa espressione di McLuhan (che lui stesso parafrasava volentieri) si può affermare che: “il medium è il missaggio”, ovvero che è la selezione, composizione, giustapposizione, ricontestualizzazione degli elementi a definire una composizione, un ordine possibile ma non necessario.

TRE. Quanto finora detto, mi porta ad osservare che anche la ricerca sociale è in definitiva descrivibile come una combinazione di: 1) programma e 2) montaggio. Con il primo termine mi riferisco precisamente a quel complesso di condizioni di correttezza delle operazioni che identificano le aspettative scientifiche (Luhmann 1984). Mentre il secondo va inteso come assemblaggio e combinazione di elementi preesistenti, raccolti secondo procedure metodologicamente definite (Denzin e Lincoln 2003). Pertanto, si può considerare ogni metodologia come un programma che indica le condizioni di correttezza delle operazioni di ricerca, e in base a questo permette di valutare il grado di coerenza interna (autoreferenza) e il rapporto con la teoria (eteroreferenza). Dalla teoria di riferimento si trae quindi, in primo luogo, l’attenzione nei confronti dei processi di costruzione dei significati tanto di chi viene osservato quanto di chi osserva e l’esigenza di programmi in grado di dirigere l’osservazione. È proprio questo il punto su cui si concentrano le più recenti riflessioni sulla metodologia della ricerca sociale, le quali, sulla scorta di un corposo dibattito interdisciplinare, definiscono la ricerca sociale come un’attività di “interpretative bricolage” che “(…) stress how social experience is created and given meaning” (ib.). Questo ragionamento si fonda, come indicato già da Ballard, su una teoria dell’osservazione che fa coincidere l’atto dell’osservare con quello della costruzione della conoscenza sulla realtà. Questa prospettiva costruttivista implica che ogni sistema crei i significati attraverso operazioni proprie. In questo senso, il compito di chi si occupa di fare ricerca nell’ambito delle scienze sociali è quello di realizzare altre osservazioni. Ciò significa che quella di chi fa ricerca non è un’osservazione con un grado di oggettività maggiore delle altre, ma un’osservazione concentrata sui modi d’osservazione di un altro sistema. Questa attenzione ai processi di costruzione dei significati implica una metodologia che faccia emergere le scelte di chi fa ricerca piuttosto che i dati carpiti dalla realtà, che motivi le selezioni effettuate piuttosto che “misurare” le informazioni raccolte. Se l’attività di ricerca viene considerata una costruzione di significati, allora la metodologia ha innanzitutto il compito di rendere non casuali, ma coerenti e trasparenti le scelte compiute dai ricercatori nello svolgimento della loro osservazione sistematica.

QUATTRO. Interrogarsi sul rapporto tra l’atto del documentare e quello del ricercare vuol dire allora porsi delle domande sulla metodologia e le aspettative che stanno alla base di queste procedure. La comunanza sta soprattutto nell’urgenza di ricostruire il senso e i pattern degli elementi isolati in un percorso di “raccolta dati”. Se, come ho sostenuto sopra, la ricerca sociale consiste in un’elaborazione di un’osservazione di secondo grado, ovvero un’osservazione di osservazioni e contemporanemante la definizione di specifiche forme d’osservazione prodotte dai sistemi osservati, allo stesso modo “non si possono filmare che dispositivi di rappresentazione” (Comolli 1982). Le distanze e le differenze tra i due atti risiedono allora soprattutto nel come viene affrontato questo problema. Di solito la “scientificità” aspira ad una rappresentazione che restituisca un ordine riconoscibile del fenomeno osservato, il cinema (documentaristico) fornisce un magma complesso e sincretico tratto dal fenomeno che si mette in mostra. Naturalmente, un film stupido lo fa in modo stupido ma, al di là del valore dell’opera, esiste il fascino di quel sovraccarico di reale che l’immagine per sua natura, volente o nolente, si trascina dietro. In questo senso, la ricerca ha molto da imparare dal cinema come dalla musica elettronica, che riescono (quando ci riescono) entrambi a mantenere la complessità del reale, proponendo all’interprete (leggi spettatore o ascoltatore) il compito di collaborare a cogliere e rielaborare i tanti aspetti della complessità.

Le dimensioni di SocioCinema

Pubblicato: luglio 24, 2012 in Uncategorized

Le dimensioni di
Sociocinema


Di cosa è fatto Sociocinema?

Fare Film

  • Formazione – Il workshop inizia con un corso di formazione teorica sul cinema di 100 ore tenuto da Razi e Soheila Mohebi. In questa fase, che va da Ottobre a Dicembre, si cerca di acquisire un vocabolario cinematografico comune con cui intraprendere le fasi successive del workshop, fino ad arrivare alla produzione in gruppi di film documentari e docufiction.
    Tuttavia vogliamo dedicarci anche all’approfondimento della parte “Socio” di SocioCinema: come ricercare e sviluppare una congiunzione tra cinema e sociologia? Questo l’obiettivo per il terzo anno di questa associazione. A tal proposito vorremmo cominciare discutendo ed affrontando autori provenienti da entrambi gli ambienti: dal cinema-occhio di Vertov a Basin e a Weber; dall’interazionismo simbolico “drammaturgico” di Goffman al cinema verità francese; dal concetto di forma in Simmel all’antropologia visuale di Jean Rouch; da Pasolini alla sociologia visuale.
    Tante, insomma, le domande a cui tentare di rispondere nel prossimo anno: cos’è la sociologia senza il suo linguaggio astratto? Come inserire anche gli aspetti macro della sociologia nel medium cinematografico?
    A queste domande soggiacciono tanti dubbi, è vero; ma sono altrettanti vuoti in cui possiamo inserirci.

  • Produzione
    Il corso formativo e la ricerca di una nuova metodologia sono finalizzati alla produzione di documentari e docufiction con tematiche sociali. Abbiamo scelto di concentrarci principalmente su queste due tipologie anche perchè le loro modalità di realizzazione richiedono una componente marcatamente sociale, non foss’altro che per la necessità di cooperare in gruppo. Non siamo una casa di produzione: facciamo film di équipe, in gruppi di regia.
    I membri del primo anno inizieranno le riprese non prima di Febbraio; e ogni gruppo le terminerà entro Maggio, in modo da poter proseguire con il montaggio fino a Luglio. Ovviamente tali regole e “scadenze” sono aperte a casi eccezionali e particolari.
    Il “rush”, ovvero tutto il girato allo stato grezzo, verrà conservato, in modo da formare un archivio di Sociocinema.
    Ogni gruppo di regia, in questa fase, effettuerà almeno un report o incontro mensile con Razi e Soheila, per avere la possibilità di chiarire dubbi ed idee sull’andamento delle riprese.
    Un’altra novità per il prossimo anno è la redazione puntuale, per ogni gruppo, di un “diario del documentarista”, mutuando questo strumento dall’antropologia. Dall’annotazione delle impressioni, osservazioni e cambiamenti di prospettiva intervenuti nell’ideazione e nelle riprese potremmo trarre in futuro articoli sociologici e film di backstage che rendano visibili le interessanti situazioni psicologiche e le evoluzioni non solo delle persone coinvolte davanti e dietro la cinepresa, ma anche dei loro concetti.
    C’è un abisso di mutamenti, di scoperte e di rivoluzioni che intercorre tra l’idea iniziale e il documentario finito: come inizio, vogliamo sondarlo.

  • Distribuzione
    Pensiamo che la sociologia debba essere prassi, ovvero teoria + azione; e tuttavia la chiusura accademica del suo linguaggio non le permette di uscire dalle aulee sotterranee della nostra facoltà.
    I nostri lavori cercheranno allora di abbattere barriere e paraventi anche nella divulgazione: oltre alla prima-anteprima di Ottobre (momento di raccordo da cui prende inizio l’anno successivo), vogliamo far arrivare i nostri documentari con cineforum e dibattiti anche nelle scuole e nelle piazze. E nelle case: Sociocinema infatti vuole esserci anche sul web. I nostri contenuti saranno parte della rete attraverso il sito, i social network e youtube; la redazione online dei diari di gruppo, l’aggiornamento costante della pagina Facebook, la pubblicazione periodica di teaser, trailer e backstage dei nostri lavori in corso d’opera – sono solo alcuni degli strumenti che abbiamo per essere presenti in rete e nelle reti.
    Invieremo inoltre i nostri documentari anche a rassegne, festival, concorsi eventi culturali in Italia e all’estero; cercheremo in questo modo di cogliere ogni opportunità per incontrare e metterci in contatto con altri gruppi ed altri registi, cercando di fare rete tra noi.

Incontro di Sociocinema ,

Immagine  —  Pubblicato: aprile 3, 2012 in Incontri

Nuovi progetti 2011/2012

Pubblicato: febbraio 2, 2012 in Progetti

I soggetti dei prossimi documentari che verranno realizzati da SocioCinema sono:

  • Pregiudizio
  • Donne + Islam: tre voci femminili ci parlano della loro visione della vita e della spiritualità e ci raccontano la loro quotidianità dentro e fuori la comunità islamica.
  • Casa di Giano: una comunità terapeutica e di accoglienza per persone con dipendenenze da sostanze varie, dove non si riconosce chi è ospite e chi educatore; donne e uomini con una sensibilità altissima, che si arrabbiano e piangono facilmente, che nonostante tutto continuano a pensare al futuro.
  • Seconde generazioni: vogliamo farci raccontare dalle persone –  di estrazione, provenienza, origine, professione, desideri i più diversi –  ciò che per loro significa “essere una seconda generazione” in termini di diritti, identità, desideri, relazioni, leggi, futuro.